Altola’ del Vaticano, gelo del Colle.
Il Palazzo espande e si organizzano ronde.
Nel partito e’ braccio di ferro contro Bruto.
Televisioni accese in stand by
pronte a scattare contro il magistrato
di turno chinano il capo che le conduce..
Democrazia e’ una puttana che scappa
dallo stivale fetido con un barcone
confiscato verso l’Africa o l’Oriente.
La vampa assoluta del sole contro il fragore del riso a manciate. Mazzi di soia, scampoli di zolla arata, crepata, mista a cielo sgombro. Picco sulla linea dell’orizzonte furtiva ed effimera. Casolari sfigurati dalle zampate degli anni che sgranano per tornare uguali e costanti sulla recessione delle tempie e l’imbiancamento coi secondi, i secoli e gli strati geofisici. Paesaggio d’un tempo, di rottami e gole e risacche e tempeste, grandine a chicchi, spiovere su tegole di terracotta, muggito di marmitte sfiatate. Dietro la collina una bicicletta sostiene il muro da sempre, come l’edicola sempre della Madonna Vuota.
Party tra l’una e le due. Magari qui uno straccio d’ispirazione.. L’autore accende una sigaretta. E’ entrato soltanto per la musica, e percepisce soltanto voci femminili. E’ confuso. I love this place. Potrebbe essere soltanto un’ipotesi o un tumore nella narrazione che si espande e poi implode. Coglie lo sguardo della bionda. La vita che conduce, le preferenze, i viaggi, le sue abitudini. Dovrebbe fermarla per corroborare le sue supposizioni. Sorride. Riceve un sorriso di sdegno di risposta. Dev’essere con qualcuno. Il bicchiere lo tiene composto, la parte superiore è pulita, niente rossetto. Prende in mano la penna. Vuole scrivere del contrasto di luci ed ombre soffuse a lume di candela, dell’atmosfera trasognata di questo gineceo, dell’odore d’alcol e fumo che si libra nell’aria. Ma desiste. La storia, questa storia è già stata raccontata. Un racconto interrotto dalla sua indolenza e mancanza di concentrazione. Accende un’altra sigaretta e guarda di sguincio il riflesso del suo viso ubriaco.
Vorrei dirti poeta che hai il dovere di parlare
di quello che accade nel tuo paese senza
infilare la testa nella sabbia della tua clessidra
Vorrei dirti poeta che devi denuciare
soprusi e pervaricazioni e non
nasconderti dietro il dito della lirica
Vorrei dirti poeta che la poesia è nata
nel parlare e nel parlato ritorna e punge
come la coda dello scorpione
Vorrei dirti poeta ch’è finito il tempo
delle intenzioni e delle pose e che milioni
aspettano un segnale dalla tua lingua di spada
Migrano. Il tempo illude il nostro esistere. Persistono la pietra, la plastica, l’acqua. Tremano le vle dell’imprevedibile. Aria, piena, aria calda del primo vere, spazzato via l’inferno dell’inverno, il concedere avaro del sole. Eppure apresso il vento scoperto pettina gli alberi. Ha una penna in mano e scrive. Nel paesaggio, nella retina, nella rifrazione diagonale della luce e dell’ombra. La voce si sperde appena pronunciata. Eco si nasconde tra le gole scoscese. Come la vita sfugge appena sgusciata. Si cancellano le parole nello spazio bianco del silenzio. Pensieri scoscesi al bordo, sulla traccia del confine di tufo. Poroso e’ il confine ed il muro della ragione un flusso d’acqua.
Un vento meschino vaga attraverso il pattume del retrocortile.
ansimano per poco e poi desistono. La fortezza-gioco di mattoni
e carabattole tracima della cenere.
Quattro piani non hanno piu’ finestre da infrangere
ma il quinto un davanzale smussato sostiene
madre e figlia le ultime amanti di quel blocco nero
condannato a stare in piedi non a crollare
Intorno a loro le crepe accrescono, i ratti strisciano.
Il bollitore singhiozza su un fornello dissennato.
Rose di muffa crescono da soffitti a pareti.
l’uomo e’ steso fino a tardi perche’ ha perso il suo lavoro,
Ottimizzazione del tempo a disposizione,
ricordarsi di respirare, cartelli croci & ferite
molteplici significati.
Pagare bollette luce acqua gas
portare la spazzatura fuori
radiografare il cuore/amore/ dolore
e tutte le trite rime di Sanremo.
Nei momenti necessari ci s’aggrappa ai luoghi
a noi comuni del Piave, del Carso,
come cavare sangue alle rape.
Le donne soffiano come frasche sul viale principale
Eteree od ipotetiche condizioni d’umano
Vorrebbe essere quelle cosce quel seno
Trasumanare per partorire l’uomo nuovo
Ma guarda Glasgow cogli occhi di bambino
Senza il pudore d’aver pensato ciò
che già altri hanno pensato
Timoroso perfino di mendicare il giorno
Quel prossimo giorno verrà
sarà in tutto simile all’altro:
Oppure un clinamen
Un disguido un incidente stradale
Porterà luce d’odio o d’amore non sa
( il fatto è che esistono molti invisibili
cangianti comunicanti)
Scorrono parole, fiumi di sabbia sottile, ma non rimane nemmeno l’eco o la traccia di esse. Decidere è recidere- posizione inevitabile anche per l’anacoreta. Ogni scelta presuppone un’esclusione di possibilità. La pazzia forse potrebbe sollevarci dalla responsabilità della recisione e la morte.. ma qui si vive sani e ci dicono che la morte non ci riguarda ancora. O è forse la presenza della morte concepita come negatrice della vita che ammorba l’esistere. Un unico movimento, ci insegnano i mistici, due facce della stessa medaglia. E questo continuo giudicare, questa distorta nozione secondo cui il pensiero critica prima di accogliere non aiuta alla fine.
E si profilerà la vita commossa di rotaie e treni per ognidove
le piogge andate laveranno sozzure future
chè la storia serve e non serve come un buon vestito
Mistiche donne dalla forma di viola
laveranno le ferite dei soldati \
controluce
un vecchio si beve la scena:


