Via del catai sotto cieli di caucciù
il core sgomenta e svapora l’istante
trecento schiavi Tamerlano e Gengiscano
hanno gli occhi di vetro
Vago svago e svapora l’istante
trecento schiavi sotto cieli di caucciù
Via del catai sotto cieli di caucciù
il core sgomenta e svapora l’istante
trecento schiavi Tamerlano e Gengiscano
hanno gli occhi di vetro
Vago svago e svapora l’istante
trecento schiavi sotto cieli di caucciù
La promessa del senso. A questo ci affidiamo quando tentiamo l’esercizio della scrittura. E tuttavia questa promessa è destinata inevitabilmente a mancare. E’ la mancanza stessa,in realtà, che ci spinge a scrivere. Scrivere è infatti cercar d’ in-scrivere la mancanza, darle un nome, uno spazio. Di che cosa parliamo quando diciamo ‘mancare’? La mancanza si riferisce a un vuoto, ad uno stato di incompletezza e di denudamento. La mancanza è esposizione al senso e rischio del non-senso. Mancare è l’essenza del linguaggio che declina il senso continuamente negoziato nell’asserzione di una frase. La parola manca ed è per questo che viene pronunciata.
Parigi sveglia un treno sferraglia
solingo un capotreno
capigliatura vestito fischietto e tutto
i pregiudizi dei passeggeri si librano nel cielo
biancospino riposa sul ciglio del vaso
e non ti veggo più non ti veggo
la mia signora cuprea lecca un gelato
se v’è una faglia un appiglio
perché il gelo si sgeli
una musica un pretesto un ritardo
ronzio di mosche e scarpe di vacca francese
braccia rosa coi bei seni di matrona
sorride lecca dolce lecca senzaposa
e tessiamo tessiamo lo sguardo